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Tor des Géants – Diario di viaggio



Cosa ci faccio qui?


Sono circa le due di notte, io mi trovo sdraiato sotto un tavolo in un tendone riscaldato adibito a ristoro, intorno a me 5 o 6 persone che dormono, uno addirittura sta russando. Fuori fa piuttosto freddo, la notte è limpida e senza luna. Poco prima di entrare ho sentito dei lupi ululare, al ristoro di Champillon mi avevano detto che ce ne sono in questa zona (ora sono a Bosses nella valle del Gran San Bernardo, conosciuta anche come la “Coumba Freida”), ma a meno che tu non sia una gallina o una pecora non sono pericolosi (e comunque anche se si trovassero a pochi metri di distanza probabilmente non me ne accorgerei). In ogni caso quando li ho sentiti un brivido mi è corso lungo la schiena, mi sono bloccato un attimo per ascoltarli, e poi mi sono fiondato nel tendone.

Ora la voglia di alzarsi è poca, le gambe sono dure, le ginocchia quasi bloccate. Sto correndo da circa 110 ore e probabilmente più temporeggio, peggio sarà, perciò a fatica mi rialzo, prendo le mie bacchette e mi butto fuori nella notte buia per affrontare l’ultima mitica salita del Tor des Géants, ovvero, il Col du Malatrà.

Mentre mi incammino per la salita tutto intorno a me si fa ancora più silenzioso, le luci fioche del paese sono alle spalle, la notte è decorata da una volta di stelle spettacolare, non ci sono altri concorrenti su questo sentiero. La mia mente sta vagando liberamente, i pensieri si rincorrono, entrano ed escono e mi ritrovo a chiedermi: cosa ci faccio qui questa notte? Beh, la risposta è un po’ lunga, diciamo che è cominciato tutto come spesso accade: per caso. Una notizia letta sul giornale o sul web, un seme che si pianta nella testa e cresce piano piano, annaffiato con il sudore della tapasciata del paese, poi una Stramilano, la prima 21, la prima maratona, e poi le corse in montagna, sky race e trail sempre più lunghi, finché vuoi metterti alla prova con qualcosa di sempre più estremo, ed allora per qualcuno che ama la montagna, la corsa, la Valle d’Aosta, il Tor des Géants con i suoi 330 km per 23000 metri di dislivello, rappresenta la gara della vita, l’obbiettivo supremo, l’evento degli eventi.


Per chi non lo conoscesse il Tor des Géants (che significa “giro dei giganti” in patois, il dialetto locale) è una corsa di ultra endurance che si corre sempre ai primi di settembre in Valle d’Aosta, segue i sentieri dell’Alta Via 2 e Alta Via 1, partendo da Courmayeur, passando poi per la Valgrisanche, Cogne, Champorcher, Donnas, Gressoney, Champoluc, Valtournanche, Ollomont, Saint Rhemy-en-Bosses, e nuovamente Courmayeur. La lunghezza ufficiale è di 330 km per 23000 metri di dislivello positivo, ma essendo cambiato il percorso negli anni, i chilometri reali da percorrere ora sono 350 ed il dislivello poco più di 30000 metri. Il tempo massimo a disposizione è di 154 ore. Ogni anno vi partecipano circa un migliaio di runner, anche se in realtà le preiscrizioni sono almeno 10 volte tanto, e per questo c’è un sorteggio da vincere per aggiudicarsi il pettorale. Causa Covid l’edizione del 2020 non è stata disputata, ma io ho avuto la fortuna di essere stato estratto per l’edizione 2021, quella della ripartenza.

Ed è così che da febbraio del 2021 ho cominciato a macinare chilometri e dislivello, tanti allenamenti anche notturni in montagna, ripetute in salita, lunghissimi da 80 chilometri, tante gare di trail, che quando hai un pettorale addosso si fa sempre tutto più divertente. La mia estate è stata dedicata all’allenamento ed alla prova dei sentieri, sempre supportato (ma anche sopportato) da mia moglie Vivien, che pur non correndo, mi ha sempre esortato a provarci, mi ha curato e massaggiato, e soprattutto mi ha confortato nei tanti momenti bui, quando un dolore, un piccolo incidente, un allenamento poco soddisfacente, mi facevano dubitare di essere in grado di concludere la gara. Ho seguito poi delle tabelle di allenamento specifiche, partecipato a camp, un po’ di dieta, provato diversi materiali, insomma, ho cercato di non lasciare nulla al caso, o almeno tutto ciò che potevo controllare e programmare. Perché poi ci sono moltissimi aspetti che non puoi controllare, il meteo innanzitutto, un raffreddore che ti prende un paio di giorni prima della gara, una storta in allenamento e non ultimo il Covid, e per questi devi incrociare le dita e sperare che vada tutto bene.

Quando si comincia a preparare una gara sembra sempre tutto così lontano nel tempo, ma senza accorgersene i giorni passano in fretta, ed arriva così il 12 settembre, giorno di vigilia della partenza. Al ritiro dei pettorali e della mitica “borsa gialla” (quella che l’organizzazione trasporterà da base vita a base vita) l’atmosfera è di festa, ma non proprio rilassata. Parlando con gli altri atleti scopro che ognuno ha i propri acciacchi, qualcuno ha problemi alle ginocchia e non sa se sarà in grado di finire la gara, qualcuno è appena uscito da una fascite o stiramento, altri come me hanno paura si possano riacutizzare vecchi problemi, schiena, tendiniti ed altro. Insomma, ognuno mette preventivamente le mani avanti, perché è impossibile sapere in una gara così lunga se si sarà in grado di terminarla, una vescica o un mal di pancia possono fregarti in qualsiasi momento.


Ovviamente la serata è dedicata alla preparazione minuziosa delle borse e dell’abbigliamento, si attacca il pettorale, si fa doppio controllo di tutto il materiale. Poi cena leggera ed a letto presto. La notte pre-gara è però piuttosto agitata ed insonne come mio solito, ed al mattino mi sveglio non proprio riposato, ma con la voglia di presentarmi alla linea di partenza, per vivere quei meravigliosi ed adrenalinici momenti prima dello start, con le farfalle nello stomaco e le gambe ancora leggere.

A Courmayeur deposito la borsa gialla e mi avvio verso la partenza che sarà poco fuori dal centro del paese. Tutti sembrano allegri e festosi, tranne i concorrenti. Ognuno è concentrato ed avvolto nei propri pensieri. Ci muoviamo piano, quasi respiriamo con lentezza nel tentativo di preservare ogni goccia di energia. Ci sono mogli, mariti e figli che salutano i propri cari, come se stessero partendo per un lungo viaggio e non dovessero più vederli per mesi. Ed in effetti è proprio quello che ci accingiamo a fare, durerà solo qualche giorno, ma sarà un vero viaggio nella Valle d’Aosta e soprattutto nella nostra anima.



Alle 9.30 sono in griglia, Vivien mi fa gli auguri e si avvia lungo la strada per filmare la partenza. Ora devo rilassarmi e liberare la testa, senza pensare troppo a quello che dovrò fare, ma cercando di adottare una strategia di gara intelligente, senza strafare, conservando un po’ di energia, per questo tipo di gare bisogna far girare “il motore” al minimo, e con il minimo consumo.

Mancano pochi minuti alle 10, l’orario fissato per la partenza della mia batteria. Il mitico Silvano Gadin, la voce storica del Tor, sta incitando atleti e pubblico, elenca tutti i “top” in gara, ricorda i vincitori delle passate edizioni. Dopo un paio di brevi discorsi degli organizzatori ed un veloce briefing, parte la musica, l’atmosfera ora è proprio elettrica, poi si abbassa la musica e Silvano scandisce al microfono il conto alla rovescia, dieci, nove, otto, sette, sei, cinque, quattro, treeee, dueeeeee, unooooooo, via!

Finalmente qualsiasi dubbio si risolve, le ansie cessano, le preoccupazioni svaniscono, se mi sono preparato bene o male lo scoprirò tra poco, se ho portato troppo materiale o troppo poco anche, ora bisogna solo pensare a correre. Si attraversa veloce il centro storico di Courmayeur tra due ali di folla, i suoni di applausi, urla e campanacci, invadono il paese. In questo momento non si corre ma letteralmente si vola sulle ali dell’entusiasmo. Tanti ci augurano “in bocca al lupo” ma il saluto più azzeccato che riceviamo è sicuramente “buon viaggio”.


Il viaggio


Là davanti i top sono scattati fortissimi, il resto del gruppone però scende più compassato verso il torrente per attaccare poi il sentiero per il Col d’Arp. Sulla prima salita tutti i concorrenti sono piuttosto baldanzosi: sorpassi, controsorpassi, gente con il fiatone ed altri che corrono in salita, in poco tempo si arriva in cima al colle dove numerosi turisti ci attendono, la giornata è splendida e calda e l’entusiasmo altissimo, e così che ci lanciamo giù a tutta verso La Thuile dove c’è il primo ristoro. In paese c’è Vivien ad aspettarmi, mangio qualcosa al volo e la saluto con un bacio, la rivedrò solamente fra quattro giorni, lei ora torna a casa a lavorare.

Incomincia la prima salita impegnativa verso il rifugio Deffeyes, il Col Haut Pas, poi il Col de la Crosatie (2829 metri), da dove si gode una vista meravigliosa su buona parte delle vette della Valle, ed infine giù verso la Valgrisanche. Lungo il tragitto c’è una targa per ricordare il concorrente cinese Yang Yuan che nel 2013, anno funestato dal maltempo, ha avuto un incidente fatale durante il Tor. Oggi noi siamo fortunati perché la giornata è bellissima, ma questo luogo deve rammentare a tutti i concorrenti che ci troviamo in luoghi che possono diventare pericolosi, l’incidente è dietro ad ogni sasso, e bisogna sempre prestare la massima attenzione. Alla prima base vita a Valgrisanche arrivo verso le 21, qui ceno velocemente, recupero la mia borsa, mi cambio indossando abbigliamento più pesante per il freddo, accendo la frontale e via. Voglio affrontare durante la prima notte la parte più alta del Tor: il Col Fenetre e soprattutto i mitici colli Entrelor e Loson.

Il primo colle passa tranquillo, ma già su l’Entrelor (3002m) le cose cominciano a farsi serie, la fatica accumulata si fa sentire visto che ho già corso 75 chilometri, svalico verso le 4.30 di mattina e scendo al ristoro di Eaux Rousses dove devo fermarmi a mangiare e riposare per almeno 20 minuti. Appoggio la testa sul tavolo e chiudo gli occhi per qualche minuto, poi riprendo le mie bacchette ed esco dalla tenda. Lo spettacolo della Valsavaranche all’alba è bellissimo, qui siamo nel parco del Gran Paradiso e tutto intorno ci sono prati, boschi e mucche al pascolo! Il morale ora è più alto, il prossimo tratto lo conosco e posso partire all’assalto del Col du Loson, il punto più alto del Tor posto a 3299 metri. Ci si arriva attraversando prima un bellissimo vallone, poi una salita ripida ed infine una pietraia, altrettanto ripida, ed ecco la cima! Ma per arrivare alla vetta sia io che le persone con cui ero in gruppo abbiamo speso veramente tanta energia. Lo spettacolo però da qui è fantastico, è mattino pieno ed il sole illumina tutta la valle, io mi fermo qualche minuto per contemplare il paesaggio e mangiarmi una barretta. Fa piuttosto freddo qui, tira un po’ di vento, perciò riparto verso la base vita di Cogne dove arrivo alle 12.30, giusto in tempo per il pranzo.



Alla base vita mi butto subito sulla pasta, mentre un gentilissimo volontario mi porta la mia amatissima borsa gialla. Sono stanco, ho fame e sonno, ma sono contento perché in poco più di 26 di ore ho percorso circa 110 chilometri e salito 9600 metri di dislivello, più di quanto abbia mai fatto in una singola corsa quest’anno. Sarà il mio sguardo estasiato (ed un po’ ebete), sarà il caso, comunque mi si avvicina un ragazzo che mi chiede se voglio fare una intervista radiofonica in diretta. Non oso dirgli di no, e poi è la mia prima diretta radio di tutta la vita, e così mi siedo nella sua postazione a raccontare al microfono come ho vissuto queste prime 24 ore, cosa mi ha spinto a partecipare al Tor e cosa mi aspetto dal resto della gara. Le mie risposte sono scontate, molto diplomatiche, la verità è che non ero assolutamente sicuro di arrivare in buone condizioni a Cogne, ma che a questo punto le speranze di riuscire a finire il Tor stanno crescendo.

Dopo il pranzo mi corico sulla branda, riesco a dormire quasi profondamente per 40 minuti, poi mi alzo, faccio la doccia e controllo i miei piedi. Tutto ok, nessuna vescica, calze e ghette (che ho cominciato ad indossare grazie ai consigli della mia coach) stanno facendo il loro dovere, posso ripartire in tranquillità.

Mi aspetta a questo punto un tratto piuttosto noioso, la Fenetre del Champorcher a 2827 metri e poi una lunghissima, estenuante ed eterna discesa verso Donnas, in bassa valle. Durante i miei giri estivi avevo tralasciato questi sentieri e col senno di poi è stato un errore, la discesa che percorro di notte non è difficile, ma è noiosissima ed estenuante, pietre e radici mettono a dura prova i miei piedi ed i miei nervi, il sentiero sembra non finire mai. Per fortuna verso le 2 di notte intravedo il Forte di Bard ed è per me una liberazione, alle 2.30 riesco ad entrare alla base vita di Donnas, non siamo a metà strada ma quasi. Anche a Donnas, mi aspetta la borsa gialla, un piatto di pasta, una doccia ed una brandina in uno stanzone un po’ angusto e pieno di gente che russa. Anche qui riposo un’oretta e poi riparto, per quella che a detta di tutti è la parte più dura del Tor: da Donnas a Gressoney, 57 chilometri e circa 6000 metri di dislivello, una vera sfida nella sfida.


Si parte verso le 4.30, si fa un giro “turistico” per Pont Saint Martin e sul suo iconico ponte romano, e poi via che si sale, prima al paesino di Perloz e poi verso il Rifugio Coda, affascinante e sempre immerso tra le nuvole, che rappresenta il vero punto di svolta del Tor, perché si trova esattamente a metà gara. Da qui il tragitto è tutto un saliscendi, prima al rifugio Barma, Col du Marmontana (2350m), Col della Vecchia e poi un’altra discesa infinita verso Niel. Questa tappa non è solo difficile ma anche lunghissima, il mio passo è anche più corto e la salita più lenta. Anche la mancanza di sonno comincia ad avere i suoi effetti sulla mia percezione della realtà, vedo persone dappertutto, lungo i sentieri, in cima ai passi, in mezzo ai boschi, peccato si tratti solamente di rocce o rami, e lo capisco solamente focalizzandomi per diversi secondi sull’oggetto e notando che in realtà non si muove.


A Niel arrivo che è già buio e mi accoglie un fantastico ristoro con camino, falò all’esterno, una pasta al ragù e come sempre dei volontari gentilissimi e cordiali. Ripartire da qui è veramente difficile, è notte e fa un po’ freddo, per fortuna la salita che mi attende non è delle più impegnative, ed arrivo alla base di Gressoney alle 2 di notte. La giornata è stata lunghissima, sono molto stanco ed assonnato, anche qui solito rituale: doccia, cena, branda. Dormo un’ora ma qualcosa mi tiene sveglio, sento che il traguardo è alla portata, ho già percorso 213 chilometri e ne mancano “solamente” 140.

Il tratto da Gressoney e Courmayeur è impegnativo, ma sicuramente non come la prima parte del Tor, i colli sono mediamente più bassi ed anche i sentieri sono meno tecnici. Riparto in solitaria in piena notte, lungo il sentiero non si incontrano più molti concorrenti, sorpassi e controsorpassi sono rari e si trascorrono diverse ore correndo da soli, immersi nei propri pensieri. Anche la noia, soprattutto di notte quando tutto è buio ed uniforme, impone il suo carico psicologico, il desiderio di essere in qualsiasi altro posto è forte. Per passare il tempo canto a voce bassa (per non sprecare fiato). All’alba sono al Col Pinter (2776m), la mattinata di questo mercoledì è uggiosa e umida, a Gressoney mi avevano informato che Franco Collé, il vincitore, sarebbe arrivato durante la notte, e provo un po’ di invidia, non tanto per il risultato, ma più per il fatto che ora lui è già a dormire in un letto vero. Io invece arrivo a Champorcher molto stanco, mangio qualcosa e poi a sorpresa un volontario mi dice che volendo ci sono delle brande disponibili, prendo l’occasione al volo e mi sdraio. Nel ristoro di Champorcher nella zona “notte” non c’è nessuno, quindi posso dormire un sonno tranquillo di un’ora, per poi ripartire verso il Rifugio Grand Tournalin, ed i Col des Fontaines a 2895 metri. Nel pomeriggio sono in Valtournanche, ed ecco che arriva la pioggia, fredda e battente, mi infilo la giacca impermeabile ma durante la discesa faccio uno scivolone e mi riempio di fango. Arrivo alla base vita di Valtournanche fradicio ma integro, mi ritengo comunque fortunato, ho preso la pioggia ma ora ho subito la possibilità di farmi una doccia, cambiarmi e riposarmi.

Un veloce controllo dei piedi e…alt! Cosa sarebbe questa? Una piccola vescica è saltata fuori sul tallone, probabilmente anche per l’acqua che ho preso durante la discesa. Prendo il mio kit di soccorso e la curo: ago, filo, disinfettante, cerotto, non posso certo permettere che questo piccolo guaio possa compromettere tutto a “soli” 100 km dall’arrivo. Si riparte dopo circa 2 ore e 30 minuti, si sta facendo buio, c’è ancora un po’ di pioggerella e soprattutto nuvole basse che rendono la visibilità con la lampada frontale quasi nulla, ho praticamente un muro bianco di fronte a me e riesco a seguire il sentiero solo perché l’avevo già corso in estate e ci sono le bandierine con i catarifrangenti. Arrivo così di notte a Vereton dove c’è un ristoro, e mi infilo in una stanzetta di 3 metri per 3, con una bella stufa calda ed altri 5 concorrenti che stanno dormendo con la testa appoggiata sul tavolo. Quando riparto comincia a piovere in maniera insistente, per fortuna solo per un’ora, arrivo così al Rifugio Magià in piena notte e qui mi riposo altri 30 minuti.


Appena mi sdraio mi rendo conto che non sto più gareggiando, sto semplicemente viaggiando da un ristoro all’altro cercando di sprecare meno energie possibili e provando a riposare appena ne ho l’occasione, è la quarta notte che trascorro praticamente senza dormire ed il fisico comincia a ribellarsi. Non ho ancora avuto grosse crisi, sono sempre stato molto controllato e sto mantenendo il ritmo che immaginavo avrei potuto realisticamente gestire, sento però che mi accingo a raggiungere il limite, e non so bene cosa accadrà in quel momento; potrei sedermi senza voler più ripartire, entrare in quell’oscurità che prima o poi sperimenta qualsiasi runner. Mi faccio forza, cerco di pensare positivo, prendo un pezzo di cioccolato fondente (che aiuta sempre l’umore), esco dal Magià e mi incammino verso la prossima tappa, il Rifugio Cuney. Il tratto è breve, 3 chilometri ma con 700 metri di dislivello, praticamente una Vertical. Mi perdo nella nebbia (e poi sembra che tutte le bandierine sul tracciato siano sparite), ritrovo poi il sentiero ed arrivo al rifugio, proseguo infine verso il Col Vessona a 2788 metri. Arrivo al colle all’alba, ora il cielo è limpido e tira vento, mi attendono 12 lunghissimi chilometri in discesa verso Oyace. Qui mi fermo un 40 minuti al ristoro e riparto per Ollomont.

Ollomont è l’ultima base vita, e già questo è un buon motivo per volerci arrivare in fretta. Ma qui poi mi attende l’accoglienza più bella. Vivien è volontaria in quella base vita, lei non corre, ma a furia di frequentare l’ambiente dei trail, ha cominciato ad amarne l’atmosfera, la genuinità e solidarietà che si respira, le storie singolari e personali di ogni partecipante. È proprio lei ad accogliermi a braccia aperte nel prima pomeriggio, con anche una bella sorpresa per me. Ad Ollomont si è fermato in quelle stesse ore Franco Collè, fresco vincitore e recordman del Tor. Ed è proprio lui ad salutarmi con un grande incitamento alla mia entrata in base (ovviamente avvisato da mia moglie che ha organizzato l’incontro). Gli faccio i complimenti a lui ed alla sua compagna Giuditta Turini (che vincerà poi il Passage au Malatrà, gara di 30 km che si correrà la domenica), scambiamo quattro parole, io sono esausto e poco lucido e rischio di dire castronerie. Collè mi fa i complimenti però mi mette in guardia: “sei vicino, ma il Tor non è ancora finito”. Lui lo sa bene perché è stato tradito nel 2017 da un micro-sonno prolungatosi inaspettatamente, proprio nell’ultima tratta e che lo costrinse al ritiro. Io però sonno ce l’ho proprio in questo momento, perciò mi congedo e mi infilo nel tendone, dove mia moglie mi assiste, mi porta da mangiare e una buona birra (la prima dopo tutti questi giorni), mi fornisce alcune indicazioni su distanze e meteo. Io sono veramente concentratissimo, sento il traguardo vicino e non posso mollare nulla. Mi butto in branda, sfilo scarpe e calze, guardo i miei piedi e, orrore, sono pieni di vesciche. Il “fai da te” per curarle a questo punto è impossibile.

Mi presento così nell’area massaggi ed infermeria, i ragazzi gentilissimi mi fanno stendere su un lettino e mi mettono una coperta addosso. Mi guardo intorno, ci sono molte altre persone sdraiate che sono messe decisamente peggio di me. Un ragazzo spagnolo ha entrambe le ginocchia gonfie come meloni e chiede al medico come fare a ripartire, questi gli risponde che sarebbe meglio ritirarsi ma il ragazzo ovviamente non vuole sentire ragione; perciò, si fa trattare con un massaggio alle gambe, poi si alza zoppicando e si dirige verso l’uscita. Un altro corridore più anziano invece è praticamente piegato in due, ha la schiena che lo tormenta ma anche lui non ha nessuna intenzione di ritirarsi. Io sono fortunato, faccio parte del “gruppo vesciche”, mi trattano e fasciano i piedi in maniera precisa e delicata, tanto che mi addormento. Dopo un 20 minuti mi svegliano, i piedi stanno benissimo, mi infilo le scarpe e mi rimetto la giacca. Fuori ha appena smesso di diluviare e quindi colgo il momento per rimettermi in moto. Do un bacio a Vivien, lei resterà lì ancora fino a mezzanotte e ci diamo appuntamento per il giorno successivo all’arrivo a Courmayeur.

L’alba dell’ultimo giorno


La notte è fredda ed umida, salgo velocemente al Rifugio Champillon e poi giù di corsa a Saint-Rhemy, qui mi aspettano 12 chilometri di falso piano da fare correndo (purtroppo) ma prima un ristoro dove i volontari mi offrono del prosciutto cotto alla brace e della polenta. Dopo cinque giorni di pasta in bianco, pasta al pomodoro, pasta in brodo, accetto volentieri l’offerta e mi gusto il piatto caldo. Purtroppo l’idea non sembra essere stata delle migliori e già al primo chilometro successivo di corsa, comincio a sentire ovviamente problemi di digestione. Arrivo così al tendone riscaldato di Bosses, da dove è iniziato questo racconto. Mi butto sotto un tavolo per riposare almeno 20 minuti, non riesco a mangiare nulla oramai e mi bevo un paio di tè caldi zuccherati. Mi stupisco in questi momenti di come il fisico di un cinquantenne normale come me possa sopportare tutto questo, e mi rendo conto che i nostri limiti sono principalmente nella nostra testa e non nel nostro fisico.

È tempo di ripartire, più resto fermo e peggio sarà, il segreto è stare sempre in movimento, in pratica si procede per inerzia. Comincio così l’ultima salitona verso il rifugio Frassati. Mi sono inventato un mantra che fa: “lento ma inesorabile, lento ma inesorabile” ed è così che procedo, tanto di accelerazioni o scatti non se ne parla più da diversi giorni. Arrivo in una zona chiamata Merdeux, il cui nome rappresenta bene il terreno che ho sotto i piedi: fangoso e scivoloso, ma è solamente mezzora di agonia per raggiungere il rifugio Frassati. Alla base di Ollomont ci avevano avvertiti che ci sarebbe stata pioggia, vento e freddo, ma in realtà non c’è nulla di tutto questo, la notte è fredda ma limpida ed è così che alle 5.00 raggiungo il Col du Malatrà, il mitico passaggio tra la valle del Gran San Bernardo e la Val Ferret.

Il Malatrà non è la fine del Tor, ma quasi. Qui un povero fotografo infreddolito mi scatta un po’ di foto, è ancora molto buio, l’aria è frizzante, la luna è calata da un pezzo, la volta stellata sopra di me è uno spettacolo indescrivibile. Sarebbe bello fermarsi a contemplare tutto questo, però Courmayeur mi attende ad una ventina di chilometri. Allora comincio a scendere anche abbastanza veloce, non ho più nulla da risparmiare, non devo più preoccuparmi di cosa mangiare o bere, devo solo scendere il più in fretta possibile. Intanto comincia da albeggiare e di fronte a me, in tutta la sua maestosa bellezza, si intravede la punta bianca del Monte Bianco e si vede tutto il gruppo delle Grandes Jorasses, con le sue inconfondibili cime come Punta Whimper e Punta Walker. È una mattinata bellissima, dopo un paio di giorni di pioggia oggi non c’è una nuvola, il cielo pulito comincia a tingersi di azzurro. Le stelle oramai sono “spente” e la luce del sole batte sulle punte bianche delle cime di fronte a me.

Tutto sembra illuminarsi e riempirsi di vita, c’è un’aria di rinascita dopo una notte lunghissima e questo vale anche per il mio spirito, la mia testa ed il mio corpo. Non so cosa sia successo sul Malatrà, è una sensazione che ho già sperimentato diverse volte durante le ultra, e che ho scoperto essere comune a quasi tutti i runner. Le gambe non fanno più male, i quadricipiti si spengono e si vola letteralmente sui sentieri. Io comincio a spingere, c’è ancora un piccolo colle da superare e poi un lungo saliscendi, la balconata della Val Veny, che collega il Rifugio Bonatti con il Bertone. C’è già qualche escursionista in giro che mi incita e mi dice “forza, è quasi finita”, ed effettivamente ora è veramente così. Sono circa 3 ore che corro senza avere nessuno davanti e nessuno alle calcagna, ma non voglio sorprese, perciò dovunque posso, corro. Arrivo al Mont de la Saxe, sono proprio sopra Courmayeur e vedo in fondo alla valle gli impianti di risalita, il tunnel del Monte Bianco, i tetti delle case. All’ultimo punto di controllo mi chiedono se voglio qualcosa da bere ma io gli rispondo: “no grazie, l’unica cosa che voglio ora è finire il più in fretta possibile”.

La discesa dal Rifugio Bertone a Courmayeur è un po’ una sofferenza, pietre e radici, si corre a fatica e si rischia di inciampare ad ogni passo. Arrivato quasi in fondo incrocio Silvano Gadin, “la voce” del Tor. Lui sta salendo per fare delle interviste, io lo saluto ed allora decide di intervistare anche me! E’ il mio momento notorietà, ma anche una prima occasione di riassumere tutte le emozioni vissute fino a quel momento. Durante l’intervista dedico l’ultimo pensiero a mia moglie che so mi sta aspettando al traguardo e così riparto di slancio (devo recuperare qualche concorrente che nel frattempo mi ha superato). Finisce il sentiero e comincia la strada asfaltata, non ne percorrevo una da 5 giorni! Ora posso lasciare che tutta la mia natura di corridore da pianura salti fuori e percorrere velocissimo gli ultimi due chilometri. I quadricipiti non li sento neanche più, probabilmente si sono stancati di mandare al cervello segnali di sofferenza ed hanno staccato la spina.

Imbocco la via centrale di Courmayeur, la gente per strada e dalle finestre che mi vede passare mi incita, addirittura da qualche negozio escono delle persone per applaudire. Con tutto questo tifo anche se la strada è leggermente in salita sarebbe impensabile camminare, perciò proseguo di slancio, ringrazio chi mi saluta, batto il cinque a qualche bambino e poi, eccolo lì, lo striscione che indica l’arrivo. Ora è veramente finita, sento lo speaker annunciare il mio arrivo, vede il numero di pettorale e mi chiama per nome. Negli ultimi metri allungo anche la falcata, l’ultimo sforzo per salire sulla pedana posta sotto lo striscione e finalmente, arrivato, mancano pochi minuti alle 10. Davanti a me c’è Vivien che mi sta filmando con il telefonino e urla a gran voce il mio nome. Non sono uno dalla lacrima facile ma un po’ di commozione c’è, mi mettono la medaglia al collo, mi fanno qualche foto e poi corro ad abbracciare mia moglie.


Mi sento stordito, c’è gente che applaude, parlo un attimo con un ragazzo che mi fa i complimenti. Mi racconta che anche lui è un concorrente, è il suo primo Tor des Gèants ed è arrivato quarto. Io sono centocinquindicesimo ed ho impiegato poco meno di 120 ore, insomma, un po’ di differenza. Faccio ancora qualche foto sul traguardo, e poi mi avvio assieme a mia moglie a ritirare la immancabile borsa gialla, questa volta per portarla definitivamente a casa. Ci fermiamo ad un bar a fare colazione, un cappuccino ed una brioche, in fin dei conti è mattino ed è un modo per riprendere i ritmi di vita normale. L’adrenalina è ancora in circolo, cammino con grande fatica ma sono ancora piuttosto lucido fino al momento in cui mi siedo in macchina per tornare a casa. A quel punto tutta la stanchezza sale a galla, mia moglie che guida mi parla, ma io stremato chiudo gli occhi e comincio a dormire.

In pratica dormirò per tutto il giorno, un sonno non proprio riposante, mi sveglio diverse volte anche per andare in bagno, ho fame, sete, freddo e poi caldo. Mi gonfio come un pallone soprattutto gambe e piedi, tanto che non riesco neanche più ad infilare le scarpe. Sembra incredibile ma al posto di perdere peso, ho guadagnato invece 5 chilogrammi, che perderò poi nei giorni successivi al ritmo di un chilo al giorno, tutti liquidi che ho accumulato e poi perso.

Oramai è trascorsa qualche settimana da questa bella avventura, ed a mente fredda, dopo avere metabolizzato tutte le situazioni, posso fare un serenamente un bilancio e rispondere a qualche domanda di amici e colleghi, per esempio: sono soddisfatto? Certamente, ho impiegato il tempo che mi ero prefissato, è stata difficile ma non ho patito le pene dell’inferno, sono tornato a casa integro tanto che dopo pochi giorni ho potuto già rimettermi in moto per iniziare una nuova fase di recupero attivo. Il meteo è stato dalla mia parte, ho preso poca pioggia (preventivata) e poco freddo. Lo rifarei? Ora non ci penso proprio, però ricordo ancora quando dopo il primo trail di 30 chilometri, assalito dai crampi e con graffi dappertutto, dissi a mia moglie: “mai più in vita mia”, come dire: la coerenza. Cosa ti è piaciuto di più? Parlare dei luoghi e dei paesaggi sarebbe scontato. Per quanto mi riguarda poi è un giudizio “di parte”, essendo innamorato della Valle d’Aosta fin dai tempi in cui indossavo la divisa ed il cappello degli Alpini e percorrevo i suoi sentieri. Mi ha colpito l’affetto delle persone, sia dei locali (che non sono conosciuti esattamente per la loro espansività, ma che per il Tor fanno una eccezione) che soprattutto dei volontari, che sono sempre stati gentilissimi e disponibili, e ci hanno supportato sia con i gesti che con qualche parola di conforto pronunciata sempre al momento giusto.

Probabilmente la domanda più ricorrente però è: perché l’hai fatto? Se ponessimo la questione ad ogni concorrente, avremmo risposte differenti, anche se è possibile individuare qualche elemento che accomuna tutti. C’è chi l’ha corso per riscatto della propria vita. C’è chi lo corre perché ha delle doti naturali per questo tipo di gare. C’è chi lo corre per fama e sponsor (pochi a dir la verità). Io l’ho corso semplicemente perché mi piace correre, mi piace la montagna, e volevo vedere fin dove potevo arrivare con il mio corpo, ma soprattutto con la mia testa. La cosa più bella, ma al contempo più brutta è che avendolo terminato, non l’ho scoperto. Ed è proprio questa ricerca che mi spinge a rimettermi in gioco, ad allenarmi ed a cercare un nuovo traguardo per il futuro.


--- Adriano Ferrio



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